Negli ultimi anni il nostro modo di interagire con la tecnologia è cambiato radicalmente. Non ci limitiamo più a “cliccare un bottone”: parliamo con gli assistenti vocali, gesticoliamo davanti a una videocamera, sovrapponiamo elementi digitali al mondo reale con occhiali e smartphone. Tutto questo ha un nome: design multimodale.

In poche parole, significa progettare esperienze in cui diverse modalità di input e output convivono — voce, gesture, realtà aumentata (AR), sguardo — creando interazioni più naturali e intuitive.

ragazza seduta sul divano di casa mentre indossa un visore per la realtà virtuale

Dalla voce al gesto: perché non basta un solo canale

La voce è il punto di partenza più ovvio. È naturale, veloce, ti libera le mani e ormai è supportata da modelli di riconoscimento vocale sempre più precisi. Ma non è perfetta: in un ambiente rumoroso, il “dimmi che ore sono” rischia di diventare un “non ho capito”.

Ecco che entra in gioco la seconda modalità: le gesture. Puntare con il dito, “pizzicare” per zoomare, ruotare un oggetto nello spazio. Movimenti semplici che arricchiscono la voce e la completano. In AR, per esempio, puoi dire “metti la sedia lì” e indicare con la mano il punto preciso: la tecnologia combina i due input e capisce meglio cosa vuoi.

Infine c’è l’AR stessa, che trasforma l’ambiente attorno a noi in un’interfaccia. Qui il design multimodale diventa quasi magia: vedi un oggetto digitale apparire davanti a te, lo comandi con la voce e lo muovi con un gesto.

Le sfide (e come affrontarle)

Ovviamente non è tutto rose e fiori. Progettare esperienze multimodali significa fare i conti con tre grandi sfide:

  • Fusione dei segnali: cosa succede se il comando vocale e la gesture non coincidono? Quale dei due deve avere la priorità?
  • Ambiguità: parole come “lì” o “quello” hanno senso solo se accompagnate da un gesto o da un contesto visivo.
  • Affaticamento: nessuno vuole tenere le braccia in aria per mezz’ora. Gesti troppo complessi o ripetitivi stancano.
Ritratto di un uomo che lavora al computer portatile in un bar, con un'espressione soddisfatta e compiaciuta

Come si superano questi ostacoli? Con tre ingredienti fondamentali: contesto, semplicità e feedback.
Il contesto aiuta a interpretare meglio i comandi (“lì” ha senso se stai guardando una parete libera, non una porta). La semplicità riduce la curva di apprendimento (meglio pochi gesti intuitivi che un vocabolario infinito). E il feedback, che sia un suono, un’animazione o una vibrazione, rassicura l’utente che il sistema ha capito.

Dal prototipo alla realtà: come iniziare

Un consiglio pratico? Parti dall’utente, non dalla tecnologia. Non chiederti “come posso usare la voce in questa app?”, ma piuttosto “in quale momento la voce può aiutare davvero l’utente?”. Magari quando ha le mani occupate.

Un altro trucco è pensare a una gerarchia delle modalità. La voce può essere la modalità principale, ma se il rumore di fondo è troppo alto, il sistema deve passare automaticamente al tocco o alla gesture. Questo evita frustrazione e rende l’esperienza più fluida.
E poi testa, testa, testa. Non basta provare in laboratorio: le tecnologie multimodali danno il meglio (o il peggio) in contesti reali. Un museo pieno di persone, una strada trafficata, un salotto illuminato male: sono questi gli scenari in cui devi verificare se il tuo design funziona davvero.

Una donna adulta felice a casa che telefona sorridendo e si gode il tempo libero seduta sul divano in uno stile di vita rilassato

Il design multimodale è già tra noi. Non è solo il futuro delle interfacce, è il presente dei brand che vogliono distinguersi. E la vera differenza non la fanno gli effetti speciali, ma la capacità di capire quando e come combinare voce, gesture e AR per semplificare davvero la vita delle persone.
Se lavori su app, esperienze AR o interfacce innovative, il consiglio è semplice: sperimenta. Parti in piccolo, ascolta i tuoi utenti e lascia che siano loro a guidare la tua progettazione.

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